"Si sugnu lava o sùrfuru si sugnu aranciu o pala si sugnu jnestra o mènnulu, ju non lu pozzu diri. Chiddu ch'è certu, sugnu: e sugnu sicilianu". Turi Lima

Altro che eroe, Garibaldi fu l’Osama Bin Laden Del XIX Secolo

A cura di Alessandro Pagano e Domenico Bonvegna

La coraggiosa iniziativa del sindaco di Capo d’Orlando Enzo Sindoni di togliere la targa di Garibaldi definito “personaggio storico discutibile” è stata raccontata oggi sul Tg di Italia 1. Di là del gesto simbolico, l’iniziativa del sindaco orlandino può contribuire a sollevare la coltre di silenzio che il conformismo e l’ufficialità stantia pensavano di aver calato sulla storia e sulla memoria identitaria del popolo siciliano e italiano tutto.
Garibaldi

Garibaldi è il personaggio storico più miticizzato della Storia italiana, fiumi d’inchiostro sono stati consumati per costruire un’oleografia personale che non ha precedenti. L’anno scorso per il bicentenario sono state più di mille le manifestazioni in suo onore, per ripresentare la solita vulgata sulla figura del nizzardo.

Fu una straordinaria figura, un eroe, un libertador, un uomo puro e scevro da compromessi, come hanno scritto, soprattutto sui manuali scolastici? Da quello che ho potuto leggere in questi anni, la mia risposta è che Garibaldi sicuramente non è quel santo che è stato dipinto e descritto dalla cosiddetta storiografia ufficiale. Non era un eroe: oggi uno come lui potrebbe essere definito un delinquente, terrorista, mercenario, negriero, massone. Attenti però “’parlar male di Garibaldi’, – scrive mons. Andrea Gemma – fin da quando frequentavo le classi elementari, era ritenuto poco meno che una bestemmia, ma è necessario levare la voce perché certi luoghi comuni, ormai diventati insopportabili, non continuino ad ingannare i semplici”. (Dalla presentazione al libro di Francesco Pappalardo, Il mito di Garibaldi, Piemme).

La storia dell’”eroe dei due mondi” comincia dal Sudamerica dove sbarcò per non finire impiccato, qui praticò la pirateria per il commercio degli schiavi asiatici. A questo proposito l’armatore ligure Pietro Denegri, racconta a Vecchj, biografo del generale: “Garibaldi ‘m’ha sempre portati i Chinesi nel numero imbarcati e tutti grassi e in buona salute; perché li trattava come uomini e non come bestie”.

In Perù coinvolto in un furto di cavalli, gli furono tagliati i padiglioni delle orecchie. Qui conobbe diversi esuli mazziniani e ben presto fu iniziato alla loggia massonica di Montevideo. Rientrato in Italia partecipò alla Prima guerra d’indipendenza e poi alla proclamazione della repubblica romana, tenendo fede alla sua conclamata avversione alla religione cattolica e alla Chiesa. Infatti per Garibaldi bisognava liberare gli italiani dal “Papato, la più nociva delle sette”. “Garibaldi professava un credo laicistico di stampo illuminista animato da sogni egualitaristi che non poteva permettersi la sopravvivenza della Chiesa. Per questo fece e disfece per ‘liberare’ gl’italiani da se stessi, vale a dire dalla cultura che per secoli li aveva plasmati”. (Marco Respinti, Garibaldi, che divise l’Italia, 7.7.2007, Il Domenicale).

La figura di Garibaldi s’innesta nelle mille contraddizioni con cui si fece l’unificazione forzata e militare della Penisola, quell’unificazione che l’ha spaccata in due e che l’ha profondamente separata dalla propria identità, soprattutto a decenni di distanza e grazie alla sublimazione acritica di certi personaggi in miti intoccabili”.

Giuseppe Garibaldi diventa star con la spedizione dei Mille nel Regno delle due Sicilie, una spedizione finanziata dalla massoneria inglese con una somma spaventosa, con tale montagna di denaro potè corrompere generali, alti funzionari e ministri borbonici, tra i quali non pochi erano massoni. I garibaldini non furono mille, ma molti di più: ventimila, tra cui alcune migliaia di soldati piemontesi, ‘disertori’ o uomini tempestivamente ‘congedati’ a cui presto si unirono inglesi, ungheresi, tedeschi e turchi. Arrivato a Palermo Garibaldi saccheggiò il Banco di Sicilia di ben cinque milioni di ducati, e tutte le chiese che capitarono sulla sua strada. Tutti i beni della Chiesa furono incamerati, chiuse le case e i conventi, numerosi vescovi incarcerati, altri sono esiliati, tutti devono subire spoliazioni, perquisizioni e insulti. Da questo momento compito dei liberatori sarà quello d’incivilire la plebe, non risparmiando illegalità ed efferatezze per raggiungere lo scopo.

A Bronte contadini inermi insorti furono massacrati in nome del progresso sociale che veniva a liberarli dalla barbarie borbonica. Quello fu un giorno storico per i siciliani: ebbero modo di capire in quali mani erano caduti( si ribellarono ancora nel 1866 a Palermo, al grido di ‘Viva Francesco II’ come anche di ‘Viva la Repubblica’; andò molto peggio: il gen. Cadorna, al comando di 40.000 soldati, prese a cannonate i palermitani uccidendone a centinaia, mentre migliaia furono i deportati”. (Massimo Viglione, L’Identità ferita, Edizioni Ares, Milano).

La leggenda aurea dei manuali scolastici recita che la spedizione garibaldina andava a liberare un paese retrogrado e incatenato ai ceppi borbonici. Nulla di più falso. Gabriele Marzocco, nella prefazione al libro di Luciano Salera, Garibaldi, Fauchè e i predatori del Regno del Sud, edizione Controcorrente, Napoli) ricorda “che quello delle Due Sicilie era il Paese più industrializzato d’Italia, il terzo in Europa, e godeva di alcuni primati. Sua è la sua prima nave a vapore a solcare il Mediterraneo, suo il primo ponte sospeso in ferro, quello del Garigliano, nel continente europeo, suo il primo stabilimento metalmeccanico d’Italia per numero di operai (1050), quello di Pietrarsa. Napoli ospitò pure il primo convegno scientifico internazionale, fu la prima città italiana a essere illuminata con lampade a gas, seconda in Europa solo a Londra e Parigi ed ebbe la prima ferrovia italiana, Napoli-Portici[…]” (Adriana Dragoni, Un po’ di sana storiografia contro, 7.7.2007 Il Domenicale).

Inoltre la conquista del Sud operata da Garibaldi dopo qualche breve illusione provocò quasi subito la reazione popolare del meridione, il cosiddetto “brigantaggio”, che ha visto coinvolte decine di migliaia di persone, delle quali morirono tra le 20.000 e le 70.000. Il nascente Regno d’Italia, dovette inviare in loco fino a 120.000 soldati per reprimere la guerriglia.

Mentre si festeggia mi pare giusto porsi qualche domanda sul mito di Giuseppe Garibaldi e soprattutto interrogarsi sulla vera realtà del mito di fondazione dell’Italia unita, un Paese, che Fedor Dostoevskji, giudicò subito uno Staterello frusto e triste. A conti fatti il padre della patria è sempre e solo Dante, ha scritto Il Domenicale del 17 novembre scorso.

ALESSANDRO PAGANO
DOMENICO BONVEGNA

Ringraziamo Domenico Bonvegna per la collaborazione.



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